Etica del giornalismo. Primo incontro del ciclo organizzato da Voci di dentro con Eric Salerno.
Tra gli ospiti il sindaco di Chieti Diego FerraraFoto Mariella Artizzu
Comunicato di Voci di dentro Odv
L’Associazione Voci di dentro
esprime grande contrarietà all’ennesimo pacchetto di misure per la sicurezza
approvato dal Consiglio dei ministri perché completamente contrario allo stato
di diritto ed esemplificativo di una visione e di una politica reazionaria.
Formalmente c’è un governo e un
parlamento, in realtà c’è una politica che ha occupato governo e parlamento e
che, sottratta da ogni vincolo o limite, è diventata politica di polizia
abolendo di fatto il potere legislativo e la separazione dei poteri e
rinunciando a risolvere contraddizioni e conflitti sociali.
Voci di dentro ritiene che l’inasprimento delle pene come ad esempio portare fino a 8 anni il reato di evasione (prima era fino a tre anni) e l’introduzione di nuove fattispecie di reato come la resistenza passiva all’esecuzione di ordini che diventa “rivolta in istituto penitenziario” (art. 415 bis c.p.) punita anche questa con pene fino a 8 anni, non siano in alcun modo la via per ridurre conflittualità e violenze e dare sicurezza. Al contrario, che siano totalmente in contrasto con il principio di proporzionalità della pena, (“dunque vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene”, Beccaria, paragrafo VI, pagina 19), principio che ha attraversato tutta l’epoca moderna e contemporanea.
di ANTONELLA LA MORGIA
È forse un nuovo sistema penale, via via emanato a pezzi, quello che viene fuori dopo l’ultimo pacchetto sicurezza del Governo. Una produzione penale spinta che preme l’acceleratore di un motore alla massima potenza, reprime nuove condotte e aumenta le pene di altre fattispecie esistenti, in nome di una promessa (solo una promessa propagandistica, però, non una garanzia) di maggiore sicurezza.
Nel mio lungo tour delle prigioni ho visto cose che voi umani non potete nemmeno lontanamente immaginare. C’è stato un lungo periodo, durato per diversi anni, in cui il sovraffollamento aveva raggiunto livelli disumani con oltre sessantamila presenze nelle carceri a fronte di 48mila posti regolamentari. Le persone venivano stipate nelle celle peggio degli animali e c’era penuria di ogni cosa, dalla carta igienica al cibo, che non bastava mai per sfamare le bocche di tutti i disperati che affollavano i vari gironi dell’inferno. L’unica cosa che abbondava era il tempo, così ci si ingegnava per impiegarlo. In uno dei momenti di noia e disperazione ho costruito un righello in cartone da venti centimetri, prendendo a riferimento la misura certa di un foglio di block notes, e munito dello “strumento” mi sono steso a terra per ore a misurare la superficie che aveva a disposizione ognuno degli occupanti della cella. Completato il calcolo, è emerso un dato che non ha bisogno di commenti: in quella cella del carcere di Busto Arsizio avevamo a disposizione novanta centimetri quadrati di spazio individuale, più o meno quanto lo schermo del televisore che abbiamo a casa.
Un ex detenuto “uscito
dal carcere attraverso la porta del cambiamento” e una travelblogger in
carrozzina che continua a viaggiare a dispetto della malattia. E poi una
assistente sociale “creativa e non convenzionale” che ricuce le trame
sfilacciate di vite complesse e, infine, un artista che colora la speranza
dandole forma. Sono loro la “banda di visionari” che ha dato vita al progetto
di inclusione sociale Your TRIP in MY Shoes, un viaggio oltre i confini del
pregiudizio.
Si tratta di un progetto
innovativo che parte dal quartiere Sperone di Palermo e invita all’empatia.
Mettersi nei panni altrui, camminare con le sue scarpe, indossare la vita di
un’altra persona è un atto generativo e rivoluzionario. Your TRIP in MY Shoes
offre l’opportunità di incontrare qualcuno che potremmo non incontrare mai e di
conoscere il volto di una realtà inclusiva, capace di dare ascolto alle
fragilità, contribuendo così alla crescita del senso di appartenenza a una
comunità accogliente e gentile. A volte occorrono stimoli per uscire dal
proprio mondo e affrontare un viaggio oltre confine.
Sant'Anna di Modena, marzo 2020. La peggiore strage nelle carceri italiane del dopoguerra. Un podcast del Post, scritto e raccontato da Luigi Mastrodonato. Clicca e ascolta:
Riportiamo un articolo di Liana Milella su la Repubblica di oggi
ROMA - La presidente di Nessuno tocchi Caino racconta come via Arenula l’ha messa da parte: “Nordio mi voleva ma ha prevalso la lottizzazione”. Cita i già 56 suicidi in cella dall’inizio dell’anno e pensa a un nuovo sciopero della fame nel nome di Pannella. I nuovi Garanti dei detenuti? “Dovranno fare una bella gavetta per capire dove si trovano e che dovranno fare”. Nordio la voleva Garante? “Nordio sì, ma ha prevalso una logica di stretta appartenenza”. La situazione delle carceri? “Oggi scoppiano e siamo già a 56 suicidi nel 2023”.
Parla con Repubblica Rita Bernardini, la presidente di Nessuno tocchi Caino per anni accanto a Marco Pannella in difesa dei detenuti, che contro l’immobilismo sulle patrie galere già pensa a un nuovo sciopero della fame. A febbraio l’aveva chiamata il Guardasigilli Carlo Nordio per diventare Garante dei detenuti, come lei stessa racconta, ma poi è stata messa da parte senza un perché, nella logica della lottizzazione di maggioranza.
La commissione Giustizia della Camera ieri ha dato il via libera al team che guiderà l’ufficio del Garante dei detenuti, al vertice il meloniano Felice Maurizio D’Ettore, i consiglieri Irma Conti in quota Lega e Mario Serio per M5S. La sua impressione?
“Non mi sorprende perché ormai mi ero rassegnata e avevo capito che avevano preso un’altra strada rispetto alle mosse iniziali che mi vedevano coinvolta”.
Un Garante lottizzato… come giudica i tre prescelti?
Il nostro esperimento ha ottenuto risposte schematiche, che per gli addetti ai lavori possono sembrare banali e tuttavia dovrebbero farci riflettere sulla necessità di mettere mano al sistema carcerario. Sicuramente l'intelligenza artificiale potrebbe svolgere un ruolo determinante nel miglioramento della quotidianità degli istituti penitenziari, ad esempio per snellire procedure che spesso sembrano essere ancorate al passato.
Ecco le "riflessioni" di ChatGPT:
"Il miglioramento delle condizioni di vita delle persone
detenute nelle carceri italiane è un obiettivo importante sia dal punto di
vista umanitario che sociale. Per raggiungere questo obiettivo, diverse misure
possono essere adottate, tra cui:
Riforme del Sistema Penitenziario: È essenziale rivedere e
riformare il sistema penitenziario italiano per affrontare il sovraffollamento
nelle carceri e migliorare la qualità delle strutture carcerarie.
Riduzione del Sovraffollamento: Una delle sfide principali
del sistema carcerario italiano è il sovraffollamento. Si dovrebbero adottare
misure per ridurre il numero di detenuti nelle carceri, ad esempio attraverso
alternative alla detenzione per reati minori o non violenti.
"Una pena utile non si può scontare in un carcere che non sia adeguato. I nostri istituti nella maggior parte dei casi, sono SOVRAFFOLLATI, VECCHI, HANNO TROPPE SBARRE, POCHI SPAZI PER ATTIVITA' RESPONSABILI. E' compatibile tutto ciò con l'irrogazione di una pena utile?A stabilire come debba essere un carcere è la norma. Non è la mia idea, tanto meno quella del politico che fa propaganda.(...) Io mi devo sforzare affinché il dettato del legislatore sia attuato, perché UNA NORMA NON ATTUATA E' LA NEGAZIONE DELLO STATO.(...) NON POSSO PRETENDERE IL RISPETTO DELLE REGOLE SE COME STATO NON RIESCO A RISPETTARLE"... (citazione da "Di cuore e di coraggio" di G. Siciliano, direttore del carcere "San Vittore).
Siamo le "RAGAZZE DI TORINO" quelle detenute ancora nella casa circondariale di Torino! Nonostante le perenni emergenze del "pianeta carcere" e gli appelli di molte personalità tra cui giuristi, politici (pochi), professori universitari, garanti dei detenuti, la situazione non cambia, anzi per la popolazione ristretta negli ultimi tre anni è peggiorata. Lo dicono i fatti, i numeri dei suicidi, del sovraffollamento, dei soggetti psichiatrici e degli indigenti. Peggiora perché invece di tendere al reinserimento la pena produce recidiva, rabbia e ulteriore ingiustizia sociale.
Per anni abbiamo lanciato appelli, raccolto firme e portato avanti iniziative NON VIOLENTE, proprio perché l'attenzione su questo "terzo mondo" non calasse e soprattutto perché venisse varata una misura deflattiva come l'aumento della liberazione anticipata e/o la liberazione anticipata speciale che riportasse un minimo di "norma" in queste carceri in cui lo Stato stesso non rispetta la legge. Non lo diciamo solo noi: è probabile che un gruppo di donne "peccatrici" non smuova molto visto che quella proposta di legge del Sen. Giachetti e Nessuno Tocchi Caino proprio per l'aumento della liberazione anticipata giace ancora nei cassetti...
Lo dice persino un Direttore illuminato come Giacinto Siciliano che questa situazione rende la pena inutile. Vorremmo spiegare a tutti i giustizialisti, che la liberazione anticipata speciale e la proposta di legge Giachetti, per cui ci batteremo finché non saranno approvate, non rappresentano un "liberi tutti", ma un beneficio premiale per i ristretti con buona condotta. Andrebbe a migliorare in parte un sistema che è nocivo per la società stessa e per noi, ci chiamate o giudicate come "fuori legge" ma non ci date il buon esempio.
"Non posso pretendere il rispetto delle regole se come stato non riesco a rispettarle" (cit.)
Fra le varie problematiche che ho dovuto affrontare nel mio
ruolo di garante dei diritti delle persone private della libertà personale
quella relativa al vitto e sopravvitto per le persone detenuti è stata
sicuramente la più emblematica di come funzioni il sistema penale. E’
necessario inquadrare il fenomeno e capire come funziona attualmente (spero
ancora per poco) questo importante servizio all’interno degli istituti
penitenziari.
Il vitto è rappresentato da tre pasti principali che vengono distribuiti da parte dell’amministrazione penitenziaria alla popolazione detenuta: colazione, pranzo e cena. Il sopravvitto consiste in tutti quegli alimenti (autorizzati in apposita lista dall’amministrazione penitenziaria) che le persone ristrette possono acquistare a loro spese previa richiesta tramite modulo. Le spese per il vitto sono quindi sostenute dal Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) mentre il sopravvitto è completamente a carico di chi lo ordina. Presentata così la questione potrebbe sembrare chiara, ma analizzandola attentamente dal di dentro (e cioè dal carcere) mi sono subito resa conto che tanto chiara la questione non era. Il primo riscontro a quella che già all’inizio mi sembrava una situazione opaca è stata quella di informarmi su quanto il Dipartimento pagasse per il vitto giornaliero pro capite. Euro2,39 la quota con la quale la ditta che serviva il vitto a Rebibbia si era aggiudicato l’appalto. Si, proprio 2,39 euro per fornire colazione, pranzo e cena a persone adulte. Una quota palesemente insufficiente per far fronte ad una alimentazione adeguata (che fra l’altro le tabelle vittuarie del dipartimento prevedono).
di Antonella Ricciardi
Intervista al cantautore Marco Chiavistrelli, da decenni impegnato nel sociale, spesso accanto a molti dei nomi più validi del panorama musicale italiano, su alcune delle tematiche che gli stanno più a cuore. Da tempo, infatti, il suo ispirato talento è al servizio di nobili ideali, per i diritti di tutti, e soprattutto sociali, oltre che per un modo libero da discriminazioni, ed invece equosolidale, ambientalista, pacifista. Artista poliedrico, completo, le sue sonorità variano dal folk al rock, dal blues al gospel, ai ritmi mediterranei.
Particolarmente sensibile al mondo delle carceri, sovraffollate soprattutto di emarginati, Marco Chiavistrelli ha dedicato numerose canzoni a detenuti: ad esempio, a Carmelo Musumeci, uno dei pochi ad essere usciti da un ergastolo ostativo, che ha conseguito tre Lauree, e non ha dimenticato i suoi compagni di sventura: aiutarli è la sua missione di vita; a Ramona Cortese, una detenuta inerme e con molte problematiche, trovata impiccata in circostanze oscure; ad Alfredo Cospito, anarchico al 41 bis ed in situazione ostativa (solo di recente Corte Costituzionale e Cassazione hanno riconosciuto non debba avere l'ergastolo), per atti dimostrativi contro rappresentanti del potere: una figura che ricorda quella del Bombarolo di un altro cantastorie, il celeberrimo, l’anarchico, pacifico e poetico, Fabrizio De Andrè, che lo definiva "Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato", soprattutto rispetto ad un certo potere che non si metteva in discussione. Alfredo Cospito aveva sostenuto uno degli scioperi della fame più lunghi della storia, circa sei mesi, contro il 41 bis ed in generale il carcere ostativo, sostenendo di attuarlo non solo per lui, ma anche per gli altri, poiché, affermava, “ci sono mafioso anziani e malati, che non uccidono più”. Sciopero interrotto solo dalla possibilità di non essere più condannato all’ergastolo.
Sono 112 le persone morte in carcere dall’inizio dell’anno, 50 per impiccagione o per avere inalato gas, 62 per altre cause. E le responsabilità dello Stato, dell’Amministrazione penitenziaria e di chi (sistema sanitario compreso) deve assicurare il diritto alla salute continuano a ed essere ignorate. Per noi di Voci di dentro le morti negli istituti di pena NON POSSONO ESSERE DEFINITI SUICIDI. Ecco la lettera aperta inviata dal carcere di Viterbo alla direttrice Anna Maria Dello Preite dopo il malore e la morte di un detenuto e il tentato suicidio di un altro.
Lettera aperta
alla c.a. della direttrice Lo Preite del c.c. Viterbo e pc a Ministero della Giustizia, a presidente della Repubblica e del CSM, e alla Corte Europea del diritto dell’uomo a Strasburgo
Egregia direttrice Lo Preite chi scrive sono i detenuti della sezione che nei scorsi giorni hanno intrapreso uno sciopero pacifico per solidarietà ad un detenuto della stessa sezione che da 3 giorni vomitava sangue e non veniva visitato. Abbiamo chiesto un confronto con lei e non rispondendoci ci ha costretti a non rientrare nelle celle affinché non fosse stato visitato il detenuto. In 2 anni di mandato ha trasformato questo carcere in uno staliniano gulag “da dove si entrava vivo non era certo di uscire nella stessa modalità”. Lei ha rifiutato il confronto preferendo troneggiarsi nella vetrina offerta dalla messa in carcere del vescovo. Con la nostra protesta chiedevamo soprattutto il rispetto del diritto alla salute, curarci, diritto negatoci dalla mancata volontà e competenza di alcuni sanitari incaricati. La bontà della nostra protesta ha purtroppo ricevuto conferma dagli eventi successivi ed è stata punita trasformandoci per sua decisione da detenuti in prigionieri. Questa prigionia ha provocato un tentativo di impiccagione (salvato dal pronto intervento del suo compagno di cella) e un decesso nella serata del venerdì 8 settembre. La morte del detenuto Imran, bengalese che veniva segnalato durante il confronto con la comandante come persona ammalata e non curata, è stata classificata come “naturale” ma noi riteniamo che con le adeguate cure pretendenti poteva essere salvato!!! Tra l’altro il detenuto defunto aveva un residuo pena di pochi mesi e di certo non poteva essere considerato socialmente pericoloso ma purtroppo è noto che a Viterbo i benefici della legge non vengono quasi mai applicati. Segnaliamo inoltre che ci sono i detenuti non curati a partire da problemi di denti, con pus compreso sino a prostate ingrossate e rigurgiti di sangue dallo stomaco. Lei direttrice, evidentemente non è interessata ad occuparsi del benessere e della salute dei detenuti, si ci ha inviato la comandante, degna persona ma sprovvista dei poteri relativi alle nostre richieste. Ad oggi noi “prigionieri” puniti, speriamo che chi di dovere abbia ad intervenire in una conclamata situazione al di fuori di ogni standard europeo e di umanità. Esprimiamo comprensione nei confronti del personale di custodia, vittima come noi di un sistema malato o, meglio, mal gestito. Con la speranza che tutto non venga messo a tacere mediante i soliti trasferimenti di detenuti diventati testimoni e comunque scomodi. Inverosimilmente abbiamo saputo che venerdì 8 settembre 2023 ci è stata negata assistenza legale impedendo all’avv. di vederci.
(a seguire le firme di un trentina di detenuti)
COMUNICATO DI VOCI DI DENTRO
Tre persone erano in sciopero della fame, 44 hanno usato bombolette del gas o lenzuola, 53 sono morti per altre cause: dall'inizio dell'anno a oggi, sono cento le persone per le quali la pena del carcere è stata una pena di morte. Una pena di morte in un paese dove era stata bandita nel 1889 (con l’eccezione nel periodo fascista) e nei fatti cinicamente reintrodotta nel silenzio generale all’interno di strutture escluse da ogni controllo democratico e dove domina un sistema dispotico. Strutture che sono diventati luoghi di segregazione di persone sofferenti, vittime di disagi sociali ed economici e resi dipendenti da farmaci e sostanze. Persone alle quali sono stati tolti i diritti fondamentali di ogni persona come il diritto alla salute, il diritto alla parola eccetera.
Vittime. Come vittime sono state quelle 86 morte “suicide” lo scorso anno. Nient’altro che vittime. Ignorate prima di finire in carcere e ignorate dopo, dentro quelle celle fatiscenti e putride dove la pena è privarle di affetti, amori, lavoro, e infine della vita stessa. Già un anno fa titolammo il numero di settembre di Voci di dentro “Non chiamateli suicidi” e facevamo riferimento al caso di Donatella Hodo trovata senza vita a Montorio. Lo ripetiamo oggi: non sono suicidi, troppo facile imputare tutto alla soggettività, quando ci sono evidenti, chiare e precise responsabilità: nelle morti in carcere c’è uno Stato che non ha rispettato le leggi e non ha rispettato la Costituzione.
E intanto, di nuovo, mentre fioccano le solite frasi di circostanza, e appaiono articoli di giornali, riprese e servizi Tv, mentre politici e ministri riciclano vecchie e inutili idee (addirittura le caserme) il tempo passa e nulla cambia se non la solita chiacchiera e propaganda: ennesima conferma che il carcere è solo luogo concentrazionario e di segregazione. E dove si muore perché il sistema carcere (ricordiamolo, a monte c’è sempre un codice Rocco del 1930 e un sistema penale rimasto carcerocentrico) questo produce: cioè, trasforma migliaia di persone in devianti, poi in criminali da incarcerare, quindi in psichiatrici anche loro da incarcerare.
Tre persone erano in sciopero della fame, 44 hanno usato bombolette del gas o lenzuola, 53 per altre cause… per tutte le altre 57 mila persone detenute, il carcere è pena alla sofferenza... fino alla morte.
di ANTONELLA LA MORGIA
(Vicedirettore Voci di dentro, membro del Direttivo dell'Associazione)
Puoi essere preso a calci e botte. Avere
lesioni e traumi che ti portano alla morte, mentre dovresti essere assistito e
curato proprio in quanto è lo Stato a prenderti in carico, anche quando tutto questo
avviene perché sei in carcere. Eppure diranno, come hanno detto di Stefano
Cucchi, che sei morto per arresto cardiaco. E ci vogliono una sorella
coraggiosa e anni di processi per stabilire che la tua morte è stata
conseguenza di quelle botte.
Puoi rifiutare il cibo, perché in carcere lo sciopero della fame è l’unica forma di protesta non violenta che ti rimane, quando senti che proprio quello Stato che ti ha giudicato e punito, secondo Costituzione, non c’è. O non ce la fa ad esserci. Ad ascoltarti. Ad aiutarti. E invece dovrebbe accompagnarti in un percorso di consapevolezza e rieducazione, essere questo il senso della pena non contraria al senso di umanità, sempre secondo la Costituzione. Invece nel carcere trovi il deserto della tua solitudine, del tempo vuoto e fine a se stesso nella ripetizione dell’esistenza che si ferma come gli orologi che hanno le lancette immobili, fino a quando la libertà, scontata la pena, solo in pochi casi restituirà al mondo di fuori una persona che ha compreso il disvalore del fatto per cui è stata condannata. Nel 75 percento dei casi quella persona commetterà ancora reati e tornerà in carcere, sancendo così il fallimento dell’istituzione detentiva e dei suoi fini.
Solidarizziamo con Gabriella Stramaccioni , già Garante dei detenuti di Roma e con la sua direzione ostinata e contraria.
“Nelle mani dello Stato”, organizzato da Voci di dentro e dalla Camera penale di Pescara in programma venerdì 30 giugno alle ore 16 presso l’Aula Alessandrini del Tribunale di Pescara.
Nel convegno, a partire dalla presentazione del libro del Professor Vincenzo Scalia “Incontri troppo ravvicinati? La storia degli abusi di polizia nell'Italia contemporanea” (Ed. Manifestolibri), si esploreranno le contraddizioni e le deformazioni del controllo sociale spesso degenerate in tragici episodi (Aldrovandi, Cucchi, altri).In particolare verranno approfondite le tematiche dell’ordine pubblico, del rispetto delle leggi e della repressione della criminalità, dal punto di vista sociologico e antropologico. Ci si concentrerà anche sul sistema penitenziario in considerazione che in appena una trentina d’anni la popolazione detenuta è raddoppiata pur di fronte a un dimezzamento dei reati più gravi, svelando l’uso carcero-centrico della pena. Il convegno affronterà inoltre la questione del processo penale e di una certa tendenza della magistratura a invadere campi della libertà individuale a scapito di diritti e garanzie delle persone compreso l’esercizio professionale della difesa. Il percorso si concluderà con una disanima delle leggi emergenziali (talvolta discriminatorie) legate alla pandemia e con una riflessione sulla deformazione della realtà operata da media.
Relatori: Vincenzo Scalia (Professore Associato in Sociologia della devianza – Università di Firenze), Giuseppe Mosconi (già Ordinario di sociologia del diritto – Università di Padova), Francesco Lo Piccolo (direttore del periodico Voci di dentro), Antonella La Morgia (Direttivo Voci di dentro), Federica Guerretta (scrittrice), Alessandra Michetti (direttivo Camera Penale di Pescara), Saluti isituzionali: Massimo Galasso ( Presidente della Camera Penale di Pescara), Stefano Pallotta (Presidente dell'Ordine dei giornalisti d'Abruzzo).
L'evento è accreditato dal C.O.A. di Pescara per 2 crediti formativi e dall'Ordine dei Giornalisti per 3 crediti formativi.
Oggi in Tribunale a Pescara nuovo passo in avanti per la nascita del Consiglio di aiuto sociale, Ente giuridico istituito con la legge 345/1975 per l’assistenza penitenziaria e post penitenziaria e per favorire il reinserimento nella vita sociale degli ex detenuti. Due le linee guida di questo organismo: come previsto nell’articolo 74 cura il mantenimento delle relazioni dei detenuti e degli internati con le loro famiglie, organizza corsi di addestramento e attività lavorative per i liberati che hanno bisogno di integrare la loro preparazione professionale, concede sussidi in natura o in denaro ai familiari dei detenuti e degli internati; favorisce il reinserimento nella vita sociale degli ex detenuti; in base all’articolo 75, presta soccorso, con la concessione di sussidi in natura o in denaro, alle vittime del delitto e provvede all'assistenza in favore dei minorenni orfani a causa del delitto.
Dal sito del Comune di Chieti: "Il sindaco Diego Ferrara ha fatto visita alla sede di Voci di dentro, realtà associativa che opera sul territorio dal 2007, come motore della cultura della solidarietà e recupero sociale delle persone in emarginazione, detenute e altre situazioni di svantaggio. Con il sindaco, i consiglieri comunali Paride Paci, Pietro Iacobitti e Silvio Di Primio hanno incontrato responsabili, attivisti e volontari per porre le basi di una sinergia istituzionale.
“Un incontro che è stato anche il viatico di un percorso comune – così il sindaco Diego Ferrara – che affronteremo coinvolgendo i soggetti affidati all’associazione, come abbiamo fatto con i percettori di reddito di cittadinanza. L’idea è quella di stringere un patto, incaricheremo gli uffici di trovare la forma migliore per farlo, per attivare una sinergia a vantaggio sia della città, sia degli stessi soggetti interessati. Questo genere di collaborazioni è sempre stato proficuo, l’esperienza fatta con i percettori di reddito di cittadinanza, ad esempio, non solo ci ha permesso di avere personale adibito a mansioni di accoglienza nei palazzi comunali, ma ha reso possibile la riapertura dei Musei archeologici, che dopo il Covid erano in debito di personale. Sono importanti risposte sociali come queste, perché danno il senso di comunità che serve a crescere uniti e insieme”.
Sovraffollamento, suicidi, condizioni di vita nelle carceri fuori da ogni principio costituzionale. Per questo Voci di dentro condivide la proposta di Legge dell'Onorevole Roberto Giachetti e dell'Associazione Nessuno tocchi Caino affinché venga aumentata la Liberazione anticipata per i detenuti.
Qui lo scritto di Luna Casarotti ex detenuta Associazione Yairaiha Onlus e di Marina Iadanza ex detenuta "Le ragazze di Torino" e l'appello per promuovere questa proposta:
Con questo nostro scritto, vogliamo provare a coinvolgere tutte le realtà che si preoccupano e soprattutto si impegnano, con grande impegno, dei diritti dei detenuti e del funzionamento delle realtà penitenziarie. Realtà di cui troppo spesso non si vuol sentire parlare e di cui, per paura di perdere consenso, la maggioranza dei partiti politici non parla e non si preoccupa, contravvenendo anche al diritto/dovere di ispezionare e monitorare gli istituti penitenziari e le condizioni di vita delle persone recluse. Come ex detenute siamo convinte che nessuno debba essere lasciato solo e all'indifferenza delle istituzioni. Bisogna, invece, rispondere con un attivismo civile perché, nonostante le mistificazioni di alcuni "giornalisti" e gli slogan elettorali di certa politica permeati da una cultura repressiva e priva di progettualità e, nonostante il poco coraggio di chi anche a sinistra si dimentica degli ultimi tra gli ultimi, tutti meritano una seconda possibilità e il tempo della pena non può essere né fine a se stesso né continuare nelle condizioni attuali. Una soluzione a medio termine è obbligatoria per rispondere al disagio di chi occupa le carceri.
VINCENZO SCALIA
Professore associato in Sociologia della devianza - Università di Firenze
I fatti di Verona, con l’incriminazione di 5 poliziotti accusati di avere commesso abusi gravi nei confronti di alcuni migranti e senzatetto, rappresentano un barometro importante sullo stato di salute democratico degli apparati dello Stato, in particolare delle forze di polizia. Purtroppo, come già anticipatoci pochi giorni prima dal pestaggio subito dalla transgender brasiliana ad opera della polizia municipale milanese, le condizioni non sono certo le migliori. In particolare, questi fatti, ci suggeriscono due ordini di riflessioni.
E' stata firmata oggi la Convenzione tra Voci di dentro, Ufficio di Sorveglianza, Carcere di Pescara e Uepe per la Risistemazione dell’archivio e per la catalogazione degli atti dell’Ufficio di Sorveglianza da parte di detenuti in articolo 21 o persone in misure alternative. La convenzione nasce dalla considerazione che i percorsi di osservazione, riabilitazione e reinserimento sono compiti istituzionali della Casa circondariale e della Uepe e che la riparazione del danno conseguente alla commissione di un reato da parte di una persona ristretta consiste anche nella prestazione di una attività a favore della collettività.
La convenzione prevede che Voci di dentro si occupi della formazione, dell'accompagnamento dei detenuti, della copertura assicurativa e di un contributo per il lavoro svolto.
Per sostenere e aiutare l'associazione in questo nuovo progetto: Iban: IT17H0760115500000095540639 oppure cc postale n. 95540639. Intestazione: Voci di dentro Associazione.
(nella foto, da sinistra: il presidente di Voci di dentro Francesco Lo Piccolo, la direttrice del carcere di Pescara Lucia Di Feliciantonio, Marta D'Eramo magistrato di Sorveglianza, Elena Paradiso direttrice Ufficio Distrettuale Uepe, Rita Petaccia direttrice amministrativa Sorveglianza, Federica Caputo Capo area educativa carcere di Pescara, Luana Capretti responsabile Area servizio sociale Uepe)
La Prigione e la Piazza
Arriva in Abruzzo, grazie a Voci di dentro, Associazione che promuove la cultura della
solidarietà e l’aiuto a detenuti ed ex detenuti, attiva nel volontariato
penitenziario e altri progetti, la seconda
edizione de La Prigione e la
Piazza, mostra-mercato di libri da e sul carcere, tour di incontri e
dibattiti nelle varie città d’Italia, promossa dalle associazioni Yairaiha
Onlus e Napoli Monitor.
Nelle due giornate, con un confronto aperto anche su temi caldi, sui quali l’opinione pubblica è divisa ma spesso non informata, interverranno: Elisa Mauri (psicologa e psicoterapeuta, autrice di “Perché il carcere? Costruire un immaginario che sappia farne a meno”), Francesca De Carolis (scrittrice, giornalista, ex TG1, ex Radio 1), Riccardo Rosa (promotore della piattaforma “Morire di pena. Per l’abolizione di ergastolo e 41bis”), Nicoletta Dosio (storica attivista del Movimento No Tav), Elton Kalica (Università di Padova), Sandra Berardi (presidente di Yairaiha Onlus), Antonella La Morgia (vicedirettore di Voci di dentro rivista e membro di Sulle regole), Francesco Lo Piccolo (presidente di Voci di dentro), Simona Anedda e Claudio Bottan, testimoni di ogni possibile “seconda chance”, lui dell’esperienza detentiva, lei della malattia.
Due giorni di lavori
all’aperto nelle piazze delle due città con una “coda particolare” dal titolo Una
semplice e straordinaria storia: nella sala di Conversazione a Lanciano
alle ore 17.30: Simona Anedda e Claudio Bottan racconteranno la loro
storia, lei disabile con la sclerosi
multipla ed in carrozzella alla conquista del mondo, e lui dopo anni di
detenzione impegnato in difesa della libertà e dei diritti degli emarginati.
Due persone che insieme hanno vinto ostacoli e pregiudizi.
di MARIA POGGIO
Guardando gli alberi fioriti mi è venuto in mente che quando mi portarono in carcere avevo appena vissuto dei momenti indimenticabili. Ricordo, mi ero abbuffata di raccolta di ciliegie, amarene e di tutto un po'. Era come se sapessi che ne sarei stata privata e allora mi creavo le "riserve" come quando parti per una camminata e pensi alle riserve da portarti dietro per poter andare avanti.
In carcere quei momenti fatti di ricordi neanche lontani mi hanno aiutata a resistere al dolore delle privazioni. Guardando dalle sbarre vedevo i piccioni volare, li nutrivo; parlavo con loro ogni mattina e mi sembrava che mi ascoltassero. Vedevo alberi e montagne dove c'era solo cemento. La mente ci permette di fare tutto... anche di andare oltre.
Penso che un'iniziativa del tipo "un albero per rinascere" dovrebbe riguardare ogni carcere. Piantiamo alberi perché come loro possiamo colorare le esistenze e dimostrare che si può rinascere. Non e difficile, bisogna solo aver un po' di cura, tanto amore e tante buone intenzioni che nutrano la terra come fa l'acqua.