mercoledì 1 luglio 2020

Il nuovo numero di Voci di dentro



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clicca e sfoglia la rivista
l razzismo e le violenze della polizia contro le minoranze etniche in Usa e in tante altre parti del mondo. Questo uno dei temi di questo numero di giugno  Un tema, questo del razzismo contro le persone dalla pelle nera, che si lega a tante altre forme di violenza contro i poveri, gli stranieri e i carcerati. Più che mai vere le frasi del regista afroamericano Kevin Jerome Everson: se i bianchi commettono un crimine, si tratta sempre dell’azione di un individuo. Se un bianco commette una strage, si tratta di un folle o di malato. Un serial killer bianco è sempre un “lupo solitario”. O un pazzo. Se un afroamericano commette un crimine, allora è tutta la comunità che lo commette. Perché i bianchi si ritengono essenzialmente “buoni”.
 Ne parliamo in queste pagine dedicate a George Floyd, e a tutti gli “esclusi” e anche a Marco Boattini, Salvatore Cuono Piscitelli, Slim Agrebi, Artur Iuzu, Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Ante Culic, Carlo Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Ghazi Hadidi, Abdellah Rouan, i tredici detenuti morti in seguito alle rivolte di marzo, molti dei quali deceduti durante il trasferimento in altri istituti. Nessuno si era accorto che stavano male.
Nella rivista troverete anche una sezione dedicata alla pandemia e ai frutti che questo virus lascia nel nostro mondo. Una mutazione, come dice nel suo saggio Marco Bracconi, che mostra il peggio della nostra società e dove è sempre più evidente una terribile selezione tra vite da salvare e vite da scartare. Illuminante in proposito il rapporto dal titolo “Sorvegliare la pandemia” realizzato da Amnesty International frutto di un monitoraggio su razzismo istituzionalizzato e discriminazioni e che è stato compiuto tra marzo e aprile in 12 stati europei.
All’interno di questo numero il terzo fascicolo di In carta libera, iniziativa editoriale avviata grazie a un progetto finanziato dalla Regione Abruzzo e da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Suela, detenuta a Madonna del Freddo a Chieti, è una delle sarte dell’Istituto. Nel suo testo emerge tutta la sua gioia e di quella delle sue compagne: “risorse e non solo detenute” alle prese con le macchine da cucire per la realizzazione delle mascherine anti contagio.

venerdì 19 giugno 2020

Anteprima "Speciale giugno 2020"

Pubblichiamo in anteprima l'articolo di Francesco Lo Piccolo, direttore di Voci di dentro

Noi siamo George Floyd.

Noi, cittadini di questo mondo che siamo di pelle nera, vite uguali ma considerate disuguali, e nei fatti disuguali, discriminati nel lavoro, nella possibilità di avere un mutuo per la casa, con un’aspettativa di vita inferiore a quella dei bianchi, con una mortalità infantile superiore, rinchiusi nelle periferie e nei ghetti.
Noi, neri uccisi a migliaia in America, uomini e donne,  di Los Angeles, Ferguson, Baltimora, Minneapolis, Atlanta… noi uomini e donne, nomi e cognomi come quelli scritti nel murales dedicato a Floyd: Ahmaud Arbery, Breonna Taylor, Eric Garner, Trayvon Martin, Jordan Davis, Rekia Boyd, Freddie Grey, Tamir Rice… nomi scanditi dal reverendo Al Sharpton al santuario della North Central University il 4 giugno 2020. Uomini e donne eredi di quei neri che hanno materialmente costruito l’America di oggi, con le sue strade e i suoi grattaceli.

Noi  siamo George Floyd.
Noi, palestinesi uccisi da Israele, come Iyad Hallaq, 32 anni. Iyad viveva a Gerusalemme e ogni giorno, da sei anni, frequentava la scuola Al Bakriyyah, a poca distanza dalla Porta dei Leoni, una delle entrate alla città vecchia. Era autistico. Ma soprattutto era palestinese. Tanto basta a farne un sospetto. Per questa ragione è stato ucciso all’inzio di questo mese: i poliziotti israeliani che lo hanno incrociato sabato hanno detto di aver pensato che fosse armato o volesse compiere un attacco. Lo hanno inseguito e lo hanno ucciso con sette colpi di arma da fuoco. Nessun tentativo di arresto o di verifica dell’effettivo pericolo.  Iyad è morto come sono morti tanti altri palestinesi prima di lui, sospettati di avere in mano un coltello, di voler attentare alla vita di un soldato o un poliziotto israeliano. Organizzazioni internazionali l’hanno definita la pratica dello “shoot to kill”, sparare per uccidere, la reazione tipo delle forze israeliane: se anche il sospetto, palestinese, non rappresenta un pericolo, la prima e immediata forma di difesa da un pericolo solo presunto è sparare. Anche se è lontano, anche se potrebbe essere fermato in altro modo. Iyad Hallaq , uno dei tanti. Uno dei 200 e più palestinesi uccisi nel corso del 2019 secondo le documentazioni del Centro palestinese per i diritti umani, al-Mezan: duecento persone (tra loro anche 47 bambini) che partecipavano alle proteste della Grande Marcia del Ritorno per chiedere la revoca del blocco della Striscia e il ritorno dei rifugiati nelle loro città.

Noi siamo George Floyd.
Noi, curdi massacrati da Erdogan, almeno 300 nel 2019 secondo dati Onu, uccisi a Nusabin a ridosso della frontiera con la Siria per il  lancio di proiettili di mortai, a Suruc, a Qamishli, a Tal Abyad. Civili in gran parte, senza casa, senza un tetto dove dormire dopo la distruzione di interi quartieri a Diyarbakır, Şırnak, Mardin, Cizre, Nusaybin, e Yüksekova
Noi democratici turchi come Helin Bolek e Ibrahim Gokcek morti a Istanbul dopo quasi un anno di sciopero della fame. O uccisi a bruciapelo come è accaduto a molti giornalisti turchi, o incarcerati (quasi duecento ad oggi) come è avvenuto per Ahmet Altan, tra i più noti scrittori  che non si è mai piegato al potere del regime,  condannato all’ergastolo aggravato insieme ad altri cinque colleghi, tra cui un’altra veterana della stampa in Turchia, Nazli Ilicak, 73 anni.

Noi siamo George Floyd.
Noi, migranti annegati nel Mediterraneo, come Aylan Curdi o come il quattordicenne del Mali annegato nel Mediterraneo mentre cercava di raggiungere l’Europa con la pagella cucita nella tasca…19 mila vittime in sei anni ci ricorda la Fondazione ISMU. Uomini, donne, bambini. Corpi senza nome. Persone in fuga da guerre, persecuzioni e carestie che hanno tentato la traversata del Mediterraneo, persone spesso già provate da prolungati periodi di detenzione nelle carceri libiche, uno dei paesi con il maggior numero di partenze. Vittime  dell’inasprimento delle politiche italiane in tema di migrazione, morti e abbandonati dopo che sono state ignorate le tante richieste di riformare strutturalmente le politiche migratorie europee e garantire l’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti. Noi vittime di guerre  devastanti e sanzioni, noi che siamo milioni di morti e di profughi. Noi vittime dei decreti sicurezza.

Noi siamo George Floyd.
Noi, carcerati e abbandonati in celle malsane e senza speranza, costretti in 8 in spazi che possono contenere due persone, 60 mila in edifici che ne possono contenere 40 mila, puniti e cancellati dalla società, vittime di violenze e sopraffazioni. Noi Rouan Ourrad, Ariel Ahmad, Agrebi Slim, Hafedh Chouchane, Ben Mesmia Lofti, AlìBakili, Salvatore Cuono Piscitelli, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu, Kedri Haitem, Carlo Samir Perez Alvarez, Ante Culic, Marco Boattini, morti in seguito alle rivolte nelle carceri a marzo, alcuni deceduti durante il trasferimento in altri istituti. 

Noi, Magherini, Cucchi, Aldrovandi, Uva…

Noi  siamo George Floyd.
Noi, poveri  in Italia in fila alle mense Caritas, precari e lavoratori del food delivery e dell’e-commerce, sfruttati, schiavi ed esclusi. Noi quattro milioni  tra i 25 e i 35 anni, i cosiddetti flessibili, rider, operatori di call center, trasportatori, edili, noi che produciamo il 4,5 per cento del Pil ma ai quali vengono concesse le briciole. Noi stranieri, stagionali nei campi, schiavi del caporalato e dell’agroalimentare, noi come Ben Ali Mohamed, senegalese, quarto morto in un anno e mezzo nel ghetto di Borgo Mezzanone.

Noi siamo George Floyd.
Noi, corpi da usare e da scartare una volta consumati. Noi siamo George Floyd, metafora delle diseguaglianza. In America e ovunque nel mondo.  Fino a quando non ci toglieremo dal collo il ginocchio che non ci fa respirare. Fino a quando non torneremo a respirare.
Francesco Lo Piccolo



mercoledì 15 aprile 2020

OLTRE LA MASCHERA


“Oltre la maschera” è il titolo del secondo speciale della rivista “Voci di dentro” dedicata alla pandemia da Coronavirus e a questi tempi di mascheramenti, confinamenti, caos e trasformazione. Tempi che non saranno certo corretti (e noi non saremo certo liberati) da un medico con mascherina e lenti di vetro o da uno stato d’emergenza. Sistemi che si limitano a trattare il sintomo, ignorando - volutamente o meno - che il male è molto più profondo, e che può venire curato individuando e rimuovendo la causa (un sistema che vive sullo sfruttamento di gran parte del mondo ad opera di una parte ben più piccola, dove l’uomo è mero strumento della politica e dell’economia, mezzo e non fine).
Anche questo numero speciale, come il precedente, è realizzato con i testi dei detenuti delle nostre redazioni di Chieti e Pescara che ci sono arrivati via Skype e per posta ordinaria. Ma oltre ai loro testi anche i contributi dei volontari dell’associazione e di alcuni nostri commentatori: lo scrittore Giovanni D’Alessandro, l’antropologa Lia Giancristofaro, il professor Giuseppe Mosconi, lo psichiatra Marco Alessandrini. Nella rivista (64 pagine per ora in versione web) interviste alla Presidente del Tribunale di Sorveglianza de L’Aquila Mariarosaria Parruti, alla Direttrice del carcere di Lanciano Maria Lucia Avantaggiato, all’avvocato Marco Femminella, al responsabile osservatorio carcere di Antigone Alessio Scandurra e tante storie sui giorni delle proteste nelle carceri abruzzesi.
In tutti i testi un interrogativo: come sarà il dopo Covid 19? Con la speranza che quanto accaduto sia di insegnamento, Voci di dentro si augura che le voci di dentro e quelle di fuori tornino a parlarsi e a riconoscersi perché “in questa barca che è questo mondo” nessuno si salva da solo. E questa pandemia l’ha mostrato in tutta evidenza.


mercoledì 25 marzo 2020

Lettera dal carcere di Madonna del Freddo (Chieti)


ALMENO LIBERI DI VIVERE

Questo è un urlo straziato che viene dal profondo delle nostre anime. In questo tempo di pandemia tutti voi state provando la privazione: tutti i diritti vengono meno e bisogna solo adempiere a doveri così rigidi che forse, anche se in piccole dosi, ora anche voi state assaggiando cosa vuol dire essere prigioniero.

Questo “nuovo decreto svuota carceri” tutto è tranne che nuovo: esiste già uno strumento legislativo chiamato sfolla carceri ed è “la 199”, che  tutto ha fatto tranne che sfollarle. Altro che indulto mascherato, tanto che il numero di detenuti si aggira attorno alla cifra di 60000 unità. Questo nuovo testo non ha apportato nessuno cambiamento, a parte che lì fuori ha dato una sensazione di aver fatto qualcosa per “quei criminali che hanno distrutto le prigioni” e non è neanche vero!

lunedì 23 marzo 2020

METAMORFOSI, IL NUOVO NUMERO DI VOCI DI DENTRO

copertina speciale n.30
E' on line il numero speciale di Voci di dentro realizzato (in questi tempi di emergenza) utilizzando Skype e telefono. Dal carcere gli scritti ci sono arrivati per posta ordinaria o sono stati dettati ai familiari durante i colloqui telefonici. Tutto il lavoro è frutto dell’impegno di volontari e di esperti che conoscono a fondo gli istituti penitenziari. Non è stato facile, ma il risultato di questo lavoro sono queste 40 pagine. Troverete gli articoli dei detenuti  delle redazioni di Chieti e Pescara dove scrivono delle loro paure, dei loro desideri e delle loro proteste ancora in atto per ottenere dignità, salute e sicurezza. E ci sono le emozioni e i pensieri dei volontari dell’Associazione e le analisi dei nuovi autori di Voci di dentro come lo scrittore Giovanni D’Alessandro, la professoressa Luana Di Profio, Desirè  Memme, Simona Galante e Internal Observer, pseudonimo con il quale (da oggi) si firma un autorevole dipendente dell’Amministrazione penitenziaria.

sabato 14 marzo 2020

Il carcere al tempo del Coronavirus…come vuotare il mare con paletta e secchiello


Comunicato - Il carcere al tempo del Coronavirus…come vuotare il mare con paletta e secchiello

                      Casa circondariale di Pescara: oltre 400 detenuti in una struttura che ne può contenere 270

Casa circondariale di Chieti: oltre 150 detenuti in una struttura che ne può contenere 79

Casa circondariale di Lanciano: oltre 300 detenuti in una struttura che ne può contenere 230

Casa circondariale di Teramo: oltre 430 detenuti in una struttura che ne può contenere 250

Casa di reclusione di Sulmona: oltre 450 detenuti  in una struttura che ne può contenere 303

Sono cominciate anche in Abruzzo, seppure con molta lentezza, le prime azioni di buon senso inviando ai domiciliari persone con pene residue al di sotto dei 18 mesi e detenuti anziani o con gravi patologie. Una corsa ai ripari  in grande affanno per una grave carenza di funzionari giuridici pedagogici (appena 30 su una popolazione di circa 2 mila detenuti), cancellieri del tribunale, magistrati di sorveglianza ora tutti impegnati nell’avvio di pratiche per la chiusura delle sintesi comportamentali e di verifiche dei requisiti. All’improvviso, di fronte all’emergenza, si fanno i conti con un sistema penale più attento alla punizione che alla rieducazione.

Molte e gravi le criticità: nel carcere di Chieti scarseggiano prodotti per l’igiene (rinnoviamo l’invito a enti, associazioni, aziende di portare direttamente in carcere, in via Ianni, saponi, detersivi e disinfettanti, specificando in portineria “offerta con Voci di dentro per i detenuti di Chieti”); nel carcere di Pescara personale medico allo stremo e insufficiente (1 medico e 1 infermiere per turno, 1 specialista a settimana) e detenuti con la febbre “curati” con tachipirina ma non isolati dagli altri; sempre a Pescara chiusi i semiliberi e gli articoli 21; agenti di polizia insufficienti: 1 ogni tre sezioni. Un ispettore ci dichiara: “cerchiamo di parlare con i detenuti, facciamo del nostro meglio, ma la preoccupazione del contagio è altissima”. Una parente di un detenuto: “Le telefonate quotidiane di 10 minuti sono assicurate, almeno quelle, ma Skype non funziona”.

Dal carcere di Chieti scrivono: “ Non è vero che la nostra protesta nasce dalla sospensione dei colloqui con i nostri famigliari: siamo in grado di capire e sufficientemente consapevoli che il blocco dei colloqui è stato deciso per ridurre le possibilità di contagio anche con i nostri cari. Protestiamo con la battitura serale per il diritto alla salute, diritto che ognuno di voi ha ed a noi non viene tutelato. Siamo spaventati a dover immaginare cosa succederebbe nel nostro carcere in caso di contagio da Coronavirus, qui dove conviviamo in 6 o 7 in celle di circa 20 metri quadri. Voi che siete fuori potete disporre di 1 metro attorno evitando gli assembramenti e riunioni; e noi? Possiamo vivere accalcati, ammassati come gregge in un ovile? Possiamo correre il rischio di ammalarci perché siamo detenuti? E questo quello che una società civile ha inserito nel decalogo di vita?

Desideriamo e richiediamo con fermezza che questo tragico momento possa spingere verso una soluzione vera e definitiva di questo sistema carcerario che nei suoi comportamenti punitivi è il più retrogrado tra i paesi civilizzati, prova ne sono le sanzioni ricevute dalla Corte Europea. Per questa ragione è stato indetto lo sciopero della fame, che è in vigore da lunedì 9 marzo. Abbiamo sospeso già da domenica sera l’acquisto dei generi di sopravvitto e per dimostrare coerenza con le nostre dichiarazioni abbiamo inviato alla Caritas di Chieti quanto ognuno dei detenuti aveva come scorte alimentari”.

domenica 8 marzo 2020

EMERGENZA CORONAVIRUS - COMUNICATO DI VOCI DI DENTRO



EMERGENZA CORONAVIRUS -  COMUNICATO DI VOCI DI DENTRO

Nelle condizioni in cui si trovano oggi le carceri italiane (scarsità di cure adeguate, sovraffollamento, acqua calda spesso razionata, poca igiene), per evitare epidemie al suo interno anche in considerazione della fragilità della popolazione con il conseguente trasferimento d’urgenza in ospedale di decine di detenuti eventualmente affetti da Coronavirus  - aggravando perciò il sistema sanitario nazionale sempre più a corto di posti letto e di sale di rianimazione (dopo i tagli alla sanità di questi ultimi anni) -  questi dovrebbero essere i provvedimenti da avviare immediatamente:

1) scarcerazione e invio ai domiciliari di anziani, malati gravi terminali, persone con disfunzioni cardiache o affetti da Aids e epatiti, come del resto dovrebbe essere se davvero si volesse tutelare il diritto alla salute, il rispetto della dignità e l’umanizzazione del trattamento, come è garantito dalla Costituzione, dalla riforma del 1975, dalla legge Gozzini del 1986, dal nuovo regolamento penitenziario del 2000, dalle  tante Raccomandazioni del Consiglio d’Europa;

2) indulto per tutti i detenuti con pene inferiori ai tre anni, provvedimento che riguarda ad esempio persone che hanno già scontato 28 anni e ne devono scontare solo due, oppure persone che sono state recentemente incarcerate per un cumulo di pena di uno, due o tre anni e per un fatto magari accaduto dieci anni prima. Per essere precisi:  8.682 le persone che hanno da scontare in carcere ancora un periodo inferiore a un anno, 8.144 con un residuo di pena di due anni e 6.171 persone che devono restare ancora in carcere per un periodo fra i due e i tre anni;

3) scarcerazione di 54 mamme e dei loro 59 bambini attualmente detenuti in 9 istituti, mettendo così in pratica le tante inutile promesse (“mai più bambini in carcere”) che da almeno un decennio hanno fatto tanti ministri, politici, governanti vari, di tutti i partiti, di tutti i  colori. Nel frattempo, in carcere, quei 59 bambini la prima parola che hanno imparato a dire non è stata “mamma”, ma “ispettore apri”.

4) blocco dei nuovi ingressi per reati minori, pregressi e cumuli di pena,

5) provvedimenti di detenzione domiciliare,

6) affidamento ai servizi sociali del maggior numero di detenuti.

In definitiva  un’azione deflattiva che: 1) eviterebbe concretamente un’altra eventuale emergenza oltre a quella che sta già sopportando l’Italia, 2) verrebbe realmente incontro (e non con divieti o palliativi) alle paure che ci sono tra i detenuti e tra i loro familiari, 3) permetterebbe ai detenuti rimasti all’interno degli istituti di avere cure più adeguate e maggiori possibilità di colloqui via skype e via telefono con i loro parenti.



Il direttivo dell’Associazione Voci di dentro                                                               Chieti, 08/03/2020

martedì 25 febbraio 2020

Pavarini: la pena legale non è stata, non è, né potrà mai essere utile

Riproponiamo un "classico" di Massimo Pavarini scritto nel 1996:


1. Introduzione: alcune utili distinzioni

a) Pene di fatto e pena legale
Una nozione sociologica di pena che si limiti a coglierne i profili descrittivi si articola su alcuni attributi essenziali: la natura afflittiva, programmatica, espressiva e strategica della reazione punitiva. La natura afflittiva si riferisce all'effetto di produzione di deficit nei confronti del punito, come riduzione di diritti e/o del soddisfacimento di bisogni; nel contempo l'azione repressiva deve apparire intenzionale al fine di determinare una relazione di senso - come riprovazione e censura - tra la pena e il soggetto passivo. La natura espressiva della pena coglie invece la dimensione simbolica della reazione punitiva volta a esprimere la pretesa di autorità di chi punisce; essa, infine, si sviluppa in un contesto situazionale come funzione volta alla conservazione di determinati rapporti di potere. Solo la presenza di tutti questi attributi conferisce natura di penalità alla reazione sociale.

lunedì 10 febbraio 2020

Il nuovo numero di voci di dentro

E' in stampa il nuovo numero di Voci di dentro, all'interno l'inserto "In carta libera" progetto finanziato dalla Regione Abruzzo.

L'editoriale del direttore Francesco Lo Piccolo:

Per non continuare a vivere in un Paese ove ogni sentimento d'umanità, di dignità, di civiltà, di coscienza e di pudore sembravano completamente banditi…”.
Giorgio de Chirico, memorie della mia vita.


La scomparsa è il titolo di un’opera di Geoge Perec, autore francese che mi ha accompagnato in appassionate letture tantissimi anni fa. Nel libro si parla della scomparsa di una vocale, di una persona  (Anton Vocal) e di un popolo, il popolo ebraico che il nazifascismo cercò di cancellare dal nostro mondo. Siamo stati al “gioco” letterario di Perec, abbiamo titolato la rivista con “la scomparsa” e l’abbiamo accompagnata da il manichino di Giorgio de Chirico. Manichino senza occhi, senza, bocca, senza orecchie. Come senza occhi, senza bocca e senza orecchie sono i carcerati imprigionati in questi malsani ambienti che chiamiamo carceri e dove l’aria malsana che vi aleggia non fa altro che trasferire tutte le sue patologie su persone e cose.

venerdì 10 gennaio 2020

Dei diritti e delle pene, l'articolo di Luigi Manconi


di Luigi Manconi (La Repubblica, 10 gennaio 2020)



Davvero il carcere, previsto dal diritto penale, è compatibile con il principio di umanità? Forse è ora di trovare soluzioni alternative. Si è appena concluso un anno che ha visto approfondirsi, come mai in passato, il solco tra le scelte della politica e quelle delle istituzioni di garanzia su una materia, quale quella penale, che proprio perché incide su questioni estremamente sensibili (la libertà e la sicurezza), dovrebbe invece sottrarsi da ogni possibile uso di parte.