giovedì 11 aprile 2013

Un giorno in carcere, il convegno a Chieti

Ieri il convegno ”Un giorno in galera”, (sintesi degli interventi qui ) organizzato dalla camera penale di Chieti, è stato preceduto dalla visione del video "Prigioni d'Italia" dell'Unione Camere penali italiane.
Qui l'intervento di Francesco Lo Piccolo, presidente di Voci di dentro e direttore della rivista: audio e testo
"Un video che meglio di qualunque altra parola spiega le condizioni dentro le carceri…il video ha di sottofondo una musica… una musica che in realtà nasconde un urlo che continuiamo a non voler sentire…l'urlo anche di madri e di bambini (una cinquantina oggi in carcere). Immagini, storie e fatti che confermano una tesi ormai condivisa: il problema della pena e del carcere non è un problema del carcere ma è un problema della società. Del resto lo dice la nostra Carta, nella stessa Costituzione è scritto infatti che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e dunque al suo reinserimento nella società. Questione enorme, 
nonostante la buona intenzione oggi vediamo chiaramente che la società già non sa pensare a chi non è tra virgolette reo (vedi il caso recente nelle Marche), figurarsi come si può sperare che possa pensare a chi, vivendo ai margini, finisce nelle discariche sociali che sono le carceri, che sono il frutto dei suoi scarti di produzione. Appunto per questo le parole e i propositi sono una cosa, i fatti e la realtà un’altra. E la realtà è sotto gli occhi di tutti, (certo non in maniera omogenea in tutte le carceri perché una cosa è Poggioreale e un’altra è Bollate o Chieti), la realtà è nelle lettere dei carcerati, nei suicidi visti come unica scelta per esprimere e rivendicare la vita contro la “non vita che si vive nei penitenziari” dove spesso regna quello stesso degrado che li ha condotti dentro cioè l’ozio, la pigrizia, la cattiveria, la subcultura, la violenza, la sopraffazione e dalle quali non si fugge e se si fugge lo su fa con il suicidio o con il sonno su una branda che dura anche 18 ore al giorno, o col farmaco che ti inebetisce… Così è, scusate la crudezza con cui descrivo questo panorama.
Dunque, fatta questa premessa entro nel mio tema che ho intitolato “dalla rieducazione alla responsabilizzazione attraverso la cultura e il lavoro, storie di detenuti.” E chiaro quello che intendo dire, in sintesi faccio mie alcune considerazioni di persone ben più qualificate di me, e cioè faccio miei gli studi di personalità come il Presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura Mauro Palma secondo il quale la rieducazione è sempre più un concetto vecchio e ambiguo. Ammetto che per un po’ mi hanno affascinato le tesi che ogni colpa voglia la sua pena, tesi di dostoieschiana memoria, o che ogni reo abbia diritto ad essere punito perché così riscatta se stesso (appunto Hegel) subendo e accettando la punizione chiedendo anzi invocando il perdono. Oggi non la penso più così, oggi mi interro anche alla luce della mia esperienza come volontario, e soprattutto conoscendo i detenuti, e la storia che li ha portati e continua a portarli dentro una cella… penso che la rieducazione sia davvero solo una parola e che la colpa in realtà finisca sempre ad essere addossata (quasi indossata come un vestito o peggio messa come un marchio) sempre alle stesse persone, guarda caso poveri, poveri di mezzi di sussistenza, poveri di cultura, poveri di lavoro, di amore, di famiglia. Temo che dall’epoca di Lombroso non sia passato molto tempo…e così oggi non sappiamo vedere che il perdono non si chiede, e che non è il condannato quello che deve necessariamente chiedere perdono, ma che prima di lui sono io che lo devo dare…appunto come dono.

E così ecco che penso che la cosiddetta rieducazione sia poco realistica, peggio un’idea che sottende alla deresponsabilizzazione, all’obbedienza e all’adattamento a norme calate dall’alto e a non ad una assunzione di valori che sono insiti alle persone, insomma il contrario della responsabilizzazione e della maturità di una persona. Ricordo un intervento del Provveditore alle carceri dell’Emilia Romagna Piero Buffa, ricordo che fece l’esempio del padre che dà al figlio diventato maggiorenne le chiavi dell’auto. Ovvio che quel padre ha paura ma lo deve fare, perché quel momento è il passaggio del bambino che sta per diventare uomo e responsabile: se non c’è quel momento resterà sempre un infante deresponsabilizzato. E’ solo un esempio. Ma significativo di come oggi più che rieducazione (che spesso soprattutto dentro il carcere è adattamento e furbizia, di solito del più forte e mai del più debole) occorra appunto passare alla responsabilizzazione.

Ma è bene ora cercare di rispondere alle domande: quale è il luogo ideale in cui la rieducazione diventa responsabilizzazione; e qual è il momento ideale in cui si viene responsabilizzati e come? Secondo me, per quello che ho visto per quello che sento, magari sbaglio, ma non so, il luogo dove può avvenire la responsabilizzazione della persona non è certo il carcere e così pure il momento non è certo il momento in cui si espia la pena. In effetti ormai è evidente che il carcere serve a risolvere ben altri problemi…il bisogno di sicurezza innanzitutto, sicurezza che di volta in volta viene vista minacciata ora da questo ora da quello, ultimamente dai tossicomani, dai poveri, dai malati, dagli stranieri (come provano leggi tipo la ex Cirielli, la Giovanardi e la Bossi Fini).

E allora torniamo al mio titolo, alla seconda parte dove parlo di responsabilizzazione attraverso la cultura/la cultura del lavoro/il lavoro e il fare per sè e per l’altro che è sempre il sé… e dunque il reinserimento che a mio avviso significa partecipare alla costruzione di un bene comune. Escludendo il carcere/luogo di pena come luogo e tempo ideale dove fare/proporre cultura-lavoro e reinserimento, è ovvio che questo si può fare solo fuori. Per questo inoltre penso che non possa esserci lavoro all’interno se non c’è il lavoro all’esterno e che il primo (il lavoro dentro) se non è accompagnato dal lavoro fuori diventa solo conforto, consolazione. E Nulla più. E dunque ecco che porto qui delle brevi storie, percorsi di persone che abbiamo seguito come Voci di dentro. Come associazione che ha fatto della cultura e del lavoro la sua “mission”. Cultura perché nei laboratori che teniamo a Chieti, Pescara, Vasto e Lanciano discutiamo, scriviamo, approfondiamo. Un primo passo per capirci e capire perché siamo convinti che la scrittura, quella che parte da dentro e la parola siano la prima chiave per eliminare porte e mura e dunque unire.

Ma ecco le storie: prima storia è quella di una ragazza che dopo anni di sofferenza e di abbruttimento nelle carceri italiane è uscita in permesso lavoro come badante. Dunque fuori per lavoro (riparazione del danno) ma soprattutto per un lavoro socialmente utile. L’ho conosciuta dentro e poi l’ho conosciuta fuori e fuori ho visto la persona responsabilizzata e che si occupa con amore di un povero vecchio, e con altrettanto amore di sua figlia di 11 anni con la quale fa i compiti. Una persona che dà al contrario di quella dentro che non dava. E poi porto l’esempio di un ragazzo straniero finito dentro per un grave reato…era abbruttito, chiuso, rancoroso, si stava uccidendo dentro. L’hanno seguito gli educatori, poi l’abbiamo seguito come Voci di dentro, ha cominciato a partecipare ai nostri laboratori, ha cominciato a scrivere di sé, poi l’abbiamo portato fuori in articolo 21, ha imparato a scrivere al Pc nella nostra sede, gli abbiamo trovato un lavoro, ora è magazziniere in una grossa e importante azienda italiana, ha un contratto a tempo indeterminato…ha una famiglia, gli è nata una figlia…è papà felice… Chi la reso felice secondo voi? Il carcere o piuttosto il lavoro, la famiglia e l’affetto?
Chiudo con un terzo esempio: un altro giovane…soliti reati (un inciso: in carcere ci sono per la gran parte tossicomani, truffatori, borseggiatori, scolarizzazione bassa, analfabeti, malati, stranieri, oltre la metà sono tutti in custodia cautelare) anche per lui dunque “vita non vita” brande e occhi al soffitto, farmaci per non pensare non arrabbiarsi, dormire…Quando è uscito prima ai domiciliari era uno straccio, grazie un bravo giudice di sorveglianza e una equipe medica del Sert, equipe di quelle d’avanguardia, lo abbiamo accolto nella nostra associazione cercando di dargli un senso, una motivazione, un’attività, delle conoscenze, E’ passato un anno e mezzo: ora ha un lavoro…ed è al settimo cielo…mi ha telefonato pochi giorni fa e mi ha detto: mi hanno anche dato la divisa…

Tanti (anche detenuti) mi chiedono cosa penso del carcere. A tutti dico che penso male, che il carcere non serve. E allora mi ribattono: e al posto del carcere? Qual è la tua ricetta?. La mia risposta la dico anche qui: non lo so, ma sono convinto che gli esempi che ho portato, le storie che come Voci di dentro io e altri volontari abbiamo costruito sono la risposta vera, la strada, magari non l’unica, magari non scientifica, magari insufficiente, ma la strada che ha portato dei risultati. Certo non siamo i soli ad aver operato e concorso a questi risultati…ci sono i funzionari giuridico pedagogici (educatori) , c’è la polizia penitenziaria spesso senza mezzi che si fa in quattro anzi in mille, la direzione del carcere, i giudici di sorveglianza, ecco tutto questo concorre, ma gli esempi che ho indicato, gli esempi di una strada costruita soprattutto fuori sono la via maestra, almeno per me. Forse non applicabile a tutti o percorribile per tutti i detenuti, ma certo per la stragrandissima parte, quella parte fatta di poveri, tossicodipendenti, malati, quella parte composta da stranieri vittime della tratta, da rom discriminati…migliaia di persone che in carcere assolutamente non ci devono stare".

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